HABITAT E CULTURA MATERIALE
Se a Stilo, città demaniale, risiedeva la nobiltà e la ricca borghesia locale, Bivongi (Bubungi) - già casale del monastero greco dell'Arsafia - aveva il vantaggio di essere stato infeudato nel 1094 ad un grande Ordine religioso latino: quella Certosa che San Bruno in persona aveva fondato tre anni prima nella solitudine dei boschi delle Serre calabre. Fu pertanto scelta come residenza dalla piccola borghesia e dalle maestranze artigiane delle ferriere (fonditori e raffinatori), mentre la vicina Pazzano ospitava a sua volta le famiglie dei minatori (grottari e grottarielli), che l'ordinamento feudale ed il sistema degli appalti pubblici vincolava al lavoro estrattivo e lavorativo. Questa precisa diversificazione per classi di reddito e per mestieri trova riscontro nella qualità architettonica del costruito ed a Bivongi il nucleo storico abitativo, fortemente accentrato, mostra infatti i caratteri intermedi fra l'opulenza di Stilo e la povertà di Pazzano, con poche emergenze ottocentesche. Il vecchio centro si dirama dalla caratteristica "Piazza Vecchia" in tortuose e strette viuzze in salita ("viniadi") ed in "rughe" o isolati (S. Maria, S. Nicola, Vigniceda, Limbia, Mangiuni, Casale, ecc.), ove prospettano scale esterne, giardini pensili e piccoli portali con rari elementi in pietra. Una zona, ancora oggi detta "Batia", ricorda la sede amministrativa della Certosa, dove il Vicario dell'Abate esercitava la sua giurisdizione in "spiritualibus et temporalibus". Erano allora presenti le chiese di S. Ponente (o dei Sette Dormienti), S. Elia, S. Nicola, S. Maria e dello Spirito Santo, mentre la cosiddetta "Via Grande" superava il corso dello Stilaro e congiungeva l'abitato con la Certosa di Serra, passando per la grangia dei SS. Apostoli ed il monastero greco di San Giovanni Theriste. Il Catasto Onciario borbonico del 1746 censisce per Bivongi una popolazione di 848 persone, di cui 314 gli attivi (37%). Di questi 191 sono braccianti agricoli (60,8%) e soltanto 16 gli addetti all'attività metallurgica (6%), nella completa assenza di minatori (i minatori sassoni infatti giungeranno qualche anno dopo!). Tutti gli addetti abitano in casa propria e posseggono pochi tomoli di terra, solitamente alberata e vitata, mentre la rendita complessiva oscilla dalle 33 once annuali del "lavorante" G. Battista Mugrace alle 106 del Mastro ferrazzuolo Bruno Micelotta. L'età media è sempre sui 40 anni e generalmente i figli maggiori seguono la professione del padre, ma non mancano fra i giovani degli artigiani, i “novizi” ed i “chierici”, segno che una certa dinamica sociale era comunque in atto, almeno fra le maestranze più specializzate delle ferriere. A giudicare poi dalle cifre del Catasto francese del 1809, dobbiamo comunque registrare per la cittadina un certo progresso nel campo dell’artigianato del ferro nel corso della seconda metà del sec. XVIII, sebbene la connotazione sociale della terra rimarrà sostanzialmente agricola. A fronte di una popolazione attiva più che raddoppiata (725 unità), 485 saranno ancora i contadini (67,7%), in prevalenza braccianti, 29 i calzolai (4%), 22 i sarti (2,8%), di cui uno addetto alle ferriere, 16 i sacerdoti (2,22%), 14 i fonditori e ferrazzuoli (1,9%), 10 i conciatori (1,3%) e ben 61 i ferrari (8,4%), mai annotati in precedenza. Considerando che il villaggio industriale di Mongiana, destinato all’attività di fusione e raffinazione statale, era già una realtà dal 1770, dobbiamo di conseguenza pensare alla presenza di un rilevante “indotto” metallurgico nell’area dei primitivi insediamenti, anche se permangono stretti legami con l’attività contadina. In definitiva, all’inizio dell’Ottocento Pazzano rimaneva ancora il casale dei minatori, mentre Stilo e Bivongi ospitavano le maestranze specializzate e svolgevano verosimilmente un ruolo di prima trasformazione del ferro raffinato per gli usi civili. Lo stesso ruolo era esercitato, sul versante tirrenico, da Monteleone e Pizzo Calabro, porto d’imbarco del ferro per la Capitale, mentre a Serra San Bruno e nella stessa Mongiana risiedevano boscaioli, carbonificatori e trasportatori (mulattieri). Un elemento importante della dinamica sociale di Bivongi e dei paesi limitrofi è dato dalla presenza di maestranze minerarie e metallurgiche straniere. E’ ormai noto infatti che almeno in tre occasioni, nel corso del Settecento, si tentò di razionalizzare il lavoro nelle “Ferriere di Stilo” e nella “Miniera di Pazzano” con l’impiego di minatori e fonditori sassoni, boemi, ungheresi, ecc. Tracce consistenti di tali maestranze, che in generale finiranno col rimanere sul posto, integrandosi con la popolazione locale al punto di convertirsi talvolta al cattolicesimo, permangono nei libri parrocchiali e nei repertori notarili. La maggioranza degli immigrati scelse come luogo di residenza la terra di Bivongi. Boemo fu il giovane Adamo Antonio Salomone, già utilizzato nelle miniere d’argento di Reggio e Sicilia, che nell’agosto del 1750 sposa la sedicenne Angela Russo ed originario di Olmursin in Moravia l’ingegnere minerario Matteo Siclir, marito di Vittoria Bocchino. Più nutrita e compatta era la colonia dei sassoni, primo fra tutti Giovanni Walter, originario di Friburgo e capo minatore delle ferriere, che nel 1754 sposa Anna Bosco. Quattro anni dopo egli figura già inserito nella vita locale ed oltre ad essere ricordato come procuratore di alcune cappelle, partecipa con diritto di voto al parlamento dell’università bivongese. Nell’inventario dei beni, redatto dopo la morte (1772), figuravano fra l’altro “una sciamberga di panno, 2 canne di gallone d’argento, un baule con dentro una sciabola con alcune scritture che portò dalla Sassonia”. Anche Giovanni Bruno Maria Schott, originario di Montelibero in Sassonia, si stabilisce definitivamente a Bivongi. Nel 1751 sposa Caterina Baldari ed oltre a svolgere il proprio lavoro nelle miniere, impianta una bottega di “robe commestibili” acquistando in seguito diversi beni immobili. Lo Schott fu persona certamente di grande competenza e prestigio, autore fra l’altro, nel 1782, di un memoriale manoscritto in cui, dopo aver elencato 42 miniere in Calabria (di cui 23 d’argento), si proponeva come docente nella Cattedra di scienza metallurgica che si pensava di istituire a Napoli, auspicando altresì la traduzione dal tedesco dei trattati sull’arte mineraria, nonché l’apertura di un museo e di un laboratorio. Altri sassoni trapiantati a Bivongi furono i capi minatori Giovanni Piez, originario di San Michele e David Ketjnes. Morto nel 1753, il Piez ricordò nel suo testamento sia il Walter che lo Schott. Lasciò la “bussoletta” delle miniere al capo amministratore Ambrosio Pizzoroso e dichiarò di avere in casa “un orologio d’argento, uno spadino, un bastone di canna d’India con pomo d’argento, 4 posate d’argento, una sella nuova per cavalcare…”. Il Ketjnes a sua volta, ritrovandosi nel 1750 gravemente ammalato, volle convertirsi al cattolicesimo, quindi dettò le sue ultime volontà, elencando fra l’altro le somme consistenti che doveva ancora percepire dalla “Reggia Corte… dal dì che si partì dalla Sassonia fino al giorno della sua morte”. Altri sassoni furono infine Samuele Esser, Federico Hartman e Federico Titri, gli ultimi due certamente ascrivibili alla migrazione di fine secolo, ma la colonia fu certamente più numerosa. In generale la presenza straniera a Bivongi denota una buona posizione sociale d’origine e la voglia d’integrarsi rapidamente nella realtà locale, dalla quale riceve ampia disponibilità, senza discriminazioni culturali o religiose. La più recente emigrazione ha quasi cancellato, a Bivongi, la tradizione artigiana del ferro e del legno, ma non quella agricola, un tempo legata ai cereali, al gelso ed all’allevamento del baco (vedi ad esempio il toponimo greco “argalia” = telaio) e che oggi sopravvive nella produzione di vino ed olio. Ne sono testimoni una raccolta privata di cimeli contadini esposti a museo (“a Lumera”) nel centro storico ed i numerosi mulini idraulici a torre piezometrica abbandonati sul territorio, tipici delle regioni del Mezzogiorno italiano ed alcuni recuperati dall’Ecomuseo. Vedi infatti il mulino nella Villa Comunale (punto d’informazione generale dell’Ecomuseo) e quello in località “Argalia” dello Stilaro, in adiacenza ai ruderi della ferriera quattro-cinquecentesca di casa “Fieramosca”. Nel suo disegno architettonico, il mulino a caduta d’acqua è una forma senza tempo, che aggiunge alla bellezza selvaggia dei luoghi un elemento umano di lavoro e di vita perfettamente rispettoso dell’equilibrio naturale. L’acqua di una sorgente, o derivata da un vicino torrente, viene convogliata in lieve pendenza all’interno di una torre cilindrica a caduta libera e dalla sezione ad imbuto, dalla quale fuoriesce alla base con un getto a forte pressione in grado di muovere una ruota orizzontale collegata ad una macina (palmento). Questa è ospitata nel locale superiore del mulino, spesso l’unico ed è costituita da due mole in granito bianco, che ricevono il frumento da una tramoggia lignea e lo depositano sfarinato ai piedi della macchina. Architettura e tecnologia artigiana si fondono così in un organismo elementare privo di connotazioni auliche ed animato dalla forza primordiale dell’acqua, dove il solo materiale di pregio è dato dalle pietre da taglio dell’imbuto della torre. Spesso selvaggia ed impervia, la natura ha fatto da corona alla vita solitaria del mugnaio ed alla sua eterna lotta contro forze avverse della fortuna.
ACQUE, FORESTE E VALORI DELLAMBIENTE
La vallata dello Stilaro presenta l’ecosistema tipico del litorale ionico della Calabria e della macchia mediterranea, con il letto ghiaioso della fiumara alimentato da ripide incisioni collinari e frequente sorgenti nascoste nel verde degli agrumi, delle viti e degli ulivi. Ad esse si aggiungono, nei monti soprastanti, i consistenti depositi minerari che hanno alimentato una millenaria attività metallurgica e cui si deve non solo la formazione e lo sviluppo degli insediamenti umani, ma anche la progressiva carbonificazione dei boschi collinari per l’alimentazione dei forni. Come fauna, le specie terrestri più diffuse sono la volpe, il cinghiale, la lepre, lo scoiattolo ed il ghiro, tra i rettili le bisce e le vipere; fra i volatili il gufo, il passero e la beccaccia. Dalla sorgente nel vasto Bosco di Stilo, sui monti delle Serre, lo Stilaro precipita a valle, nei pressi della Ferdinandea, con la cascata del Marmarico, una delle più alte d’Italia (mt. 105), in una straordinaria scenografia di faggi, elci, castagni ed abeti al confine fra i territori comunali di Bivongi e Pazzano. Si apre quindi una strada tortuosa verso valle superando la località Bagni di Guida (un tempo Acque Sante), così detta per la presenza di acque solfuro-alcaline e di un impianto termale ottocentesco, cui nel 1913 si aggiunse una piccola centrale elettrica a turbine idrauliche. Gli antichi edifici di Bagni di Guida (circa 7 Km a monte del centro abitato), si presentano ancora oggi in una posizione amena e pittoresca, allo sbocco di una gola montuosa dalla vegetazione rigogliosa e dall’aria salubre ed ozonata. L’azione balneare e terapeutica dell’acqua minerale, recentemente ripristinata in modo artigianale, si esercita in alcuni ambienti con vasche di acqua calda, al piano terra di un primo edificio di sapore neogotico, serviti al piano superiore da poche camere di comodo disposte lungo un caratteristico ballatoio esterno. Nel 1892 le vasche erano riscaldate da una macchina a vapore ed il tempo utile per la balneazione era dal primo luglio alla fine di settembre. Le caratteristiche di acqua solfuro-alcalina erano state accertate in laboratorio dieci anni prima dal dott. Vincenzo Filia e dall’ingegnere minerario Vittorio Di Matteo, allora alle dipendenze dell’impresa estrattiva di Achille Fazzari. Si riconobbe l’azione efficace dell’acqua in un largo spettro di malattie, da quelle bronchiali e reumatiche a quelle gastro-enteriche ed ai morbi cutanei, non escludendo infine benefiche ricadute anche in alcune turbe nervose (isteria, ipocondriaci, ecc.). All’impianto termale vero e proprio fa poi riscontro, a pochi metri di distanza, un secondo edificio per la residenza termale, oggi inserito nelle strutture ricettive dell’Ecomuseo. Segue infine, museo di sé stesso, l’edificio dismesso della piccola centrale idroelettrica “Guida”, attivata nel 1913 dalla società “L’Avvenire” con due turbine a vortice, sistema Reiffenstein ed impianti della “Marelli”, per le necessità della vallata. Procedendo più a valle, lungo la comunale “Bivongi - Vignali - Guida”, in parte sterrata, si incontrano allevamenti di trote e storioni ed un piccolo specchio d’acqua per la pesca sportiva, mentre, nei pressi del centro abitato, è possibile d’estate bagnarsi nel fiume a ridosso di un’area attrezzata per pic-nic e tempo libero. Lo Stilaro conclude infine il suo corso a Monasterace Marina, circa un chilometro a sud di Punta Stilo e della città magno-greca di Caulonia (VII sec. a.C.). La presenza di acqua e carbone di legna erano elementi essenziali nella lavorazione siderurgica, ancor più del minerale, che talvolta veniva importato da lontano, in quantità sufficiente al ciclo stagionale. Negli impianti calabresi il ferro comune si otteneva con una doppia operazione di fusione, secondo un metodo antico detto “alla catalana” o “alla gotica”. Si sottoponeva il minerale, preventivamente nettato e calcinato alla brace, ad una prima fusione con carbone vegetale, utilizzando forni a manica alimentati da aria soffiata. Si otteneva così, in fonderia, il “ferro acre” (ghisa o ferraccia), cioè ferro liquido ancora ricco di carbonio, buono per la fusione immediata di artiglierie e pezzi speciali, oppure raffreddato in lingotti che, rifusi nei forni a tiraggio delle “ferriere” con altro carbone di legna e battuti al maglio, si depuravano del carbonio residuo trasformandosi in “ferro dolce”, cioè lavorabile alla forgia per tutti gli usi. Si otteneva la combustione incanalando nei forni una corrente d’aria continua, ricavata artificialmente tramite una coppia di mantici giganti, mossi da una ruota idraulica, oppure per mezzo di speciali canali artificiali detti “trombe a vento”, anch’essi alimentati da un flusso d’acqua corrente. L’acqua muoveva inoltre le ruote dei magli, dei martinetti, dei torni e delle seghe automatiche. Nei mesi invernali l’energia era di solito sufficiente per tutte le necessità, ma nei mesi estivi, scemando la portata dei torrenti e delle sorgenti, era necessario limitare l’attività o sospenderla del tutto, incrementando nel frattempo il lavoro nelle miniere. Molto più oneroso era il combustibile. L’ottimo carbone di faggio o castagno infatti, usato per la fusione del minerale, doveva essere tagliato e carbonificato, quindi trasportato a destinazione sui muli, il tutto con una spesa molto superiore al costo del minerale. Da ciò la necessità di ubicare gli impianti di lavorazione in aree ricche di boschi, oltre che di corsi d’acqua ed il carattere itinerante della prima industria siderurgica, costretta infatti ad emigrare periodicamente sul territorio all’inseguimento dei boschi. Consumati questi nelle prime aree collinari, vicine alle zone abitate, le aree di solito venivano messe a coltura, mentre fonderie e ferriere risalivano i crinali verso i boschi delle Serre. Il territorio dello Stilaro risente dunque di questa dinamica storica, sostituendo fra Cinque e Seicento, alla presenza di vaste zone boschive, un paesaggio agrario ridisegnato a viti ed ulivi, con agrumeti e giardini di gelsi. Rimanevano le miniere e con queste il quotidiano affaccendarsi dei “mulattieri”, con il minerale raccolto in sacchi di canapa, lungo i sentieri di montagna. L’attività di carbonificazione, secondo i vecchi metodi artigianali, è ancora oggi presente nelle suggestive tradizioni di Serra San Bruno, in vasti campi alla periferia della cittadina. A Mongiana invece, il Corpo Forestale dello Stato tutela l’enorme patrimonio boschivo e naturalistico delle foreste demaniali e con la splendida sede di “Villa Vittoria”, attrezzata con vivai, arboreto, parco e centro ippico è in grado di accogliere i turisti ed indirizzarli su sentieri naturalistici.