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      Bivongi

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 La Ferriera di Bivongi
(o "del Forno") nella donazione dell'imperatore Carlo V alla casa Fieramosca: "... come ai 30 May 1523 essendo dalla Ces.a Maestà di Carlo V tenere in questo Regno, e proprio tra la terra di Stilo, e Castelvetere di Calabria le ferriere chiamate Campoli e lasciate d'esercitarsi da molti anni, come pervenute dalla fedelissima memoria del Re Ferdinando suo Avo, ed all'incontro esagerando li meriti, e servizi a Sua Cesarea Maestà fatti da Cesare Fieramosca supremo scudiero con la volontà che ave di rimunerarli la parte, per allora gratificarlo, facendoli di dette ferriere di Campoli ampia cessione in perpetuo, ed in burgensatico, non solamente per detto Cesare Ferramosca ma ancora ai suoi eredi, e successori di qualsivoglia modo si fossero... con tutti stigly, ammanimenti, ed altro che a dette ferriere spettano..., senza peso, nè obbligazione alcuna... E di là un anno e mesi sei avendo detto Ferramosca avuta notizia che oltre di detta Ferriera di Campoli v'erano state ancora in detto loco tre altre ferriere cioè Spatula, Trentatarì e del Forno, solite arrendarsi per prima giustamente con la detta di Campoli supplicò detta Ces.a. Maestà dichiarare essere comprese in detto privilegio ut siano concessili, come con effetto fu così dichiarato... Queste ferriere apparono poi nell'anno 1572 essere state affittate dall'illustrissimo D. Alfonso Ferramosca Conte di Mignano a Fabrizio Grillo... per anni otto alla ragione di ducati 500 l'anno..." (Napoli, Archivio di Stato, Carte Barreca).

     Pazzano

 La Miniera di Pazzano

in una relazione dell'anno 1875. "Il giacimento di minerale di ferro del Monte Stella consiste in uno strato esteso di idrossido di ferro (Limonite), il di cui titolo è del 45 al 55 per cento, e che nel trattamento metallurgico pratico dell'altoforno ha dato sempre dal 40 al 50 per cento di ferraccio, o ghisa. Questo minerale contiene talvolta delle traccie di solfuri, che è necessario eliminare il più possibile colla scelta (triage) alla miniera, ma per contro contiene anche del manganese che migliora la qualità della ghisa. Lo strato ferrifero trovasi racchiuso fra un letto potente di schisto ardesiaco su cui riposa, ed un banco calcareo potentissimo molto saccaroide che lo ricopre. Questo porta seco ben marcate le impronte di ripetuti spostamenti dinamici diretti e laterali, che hanno dovuto sommettere lo strato di Limonite a dei ripiegamenti e rotture. Gli affioramenti del banco si vedono alla superficie lungo la zona della formazione. La direzione dello strato è quella stessa della linea di separazione fra lo schisto ed il carbonato di calce, cioè da Nord-Est a Sud-Ovest, la cui inclinazione è di circa 40° e la potenza (riferendosi alle notizie ricevute dai minatori del luogo) è di 1,80 m. in media. Da queste condizioni generali rilevasi che la
coltivazione della miniera doveva farsi economicamente per mezzo di gallerie di ribasso a traverso lo schisto. In questo modo infatti ha proceduto l'escavazione fino ai tempi più re-
moti..." (dalla "Relazione dell'ing. Guido Dainelli sugli Stabilimenti Siderurgici di Mongiana ecc.", Firenze 1875).

 

ARTE MINERARIA


Fra tutte le province del Regno di Napoli, la Calabria fu certamente quella maggiormente dotata di risorse minerarie. In particolare i territori limitrofi agli abitati di Longobucco in Calabria Citra e di Stilo, sul versante jonico dell’odierna provincia di Reggio Calabria, erano noti, fin dall'antichità, rispettivamente per i ricchi giacimenti di piombo argentifero e di ferro. Le miniere di Stilo, probabilmente già utilizzate fin dal VII-VIII sec. a.C. dalla popolazione indigena, compaiono citate per la prima volta solo nel 1094, in un diploma concesso da Ruggero il Normanno alla comunità certosina di S. Stefano del Bosco e successivamente, nel 1313, in un editto di Roberto D'Angiò il quale, nel confermare l'antica donazione, comandava che i monaci non fossero molestati nel cavare la "vena ferrea" dai funzionari statali presenti sul posto. Estratto lungo le pendici settentrionali del Monte Stella, ad occidente di Stilo e nei pressi del casale di Pazzano, il minerale limonitico veniva lavorato, agli inizi del '500, nelle vicine ferriere di Campoli, Spadola, Trentatarì (Fabrizia) e del Forno (Bivongi), di probabile origine aragonese. La particolare conformazione geomorfologica della campagna, ricca di boschi e di corsi d'acqua stagionali, favoriva infatti l'attività lavorativa direttamente sul posto e rudimentali impianti di fusione furono certamente sempre presenti nella zona delle miniere. Queste ferriere, infeudate nel 1523 a Cesare Fieramosca (o Ferramosca), fratello del più celebre Ettore, il vincitore di Barletta, insieme alle cave del minerale ed ai boschi, lavoravano prevalentemente per conto della Regia Corte di Napoli, fornendo palle d'artiglieria e granate all'esercito vicereale. Rimaste momentaneamente abbandonate dai legittimi proprietari all'inizio del sec. XVII (forse a causa dei disordini seguiti alla nota congiura antispagnola del Campanella), esse furono di fatto demanializzate ed amministrate con personale statale, cui competeva l'incarico di continuare la produzione a scopi militari. In seguito però, quando nel 1620 gli antichi padroni avanzeranno le loro rivendicazioni, chiedendo la restituzione delle ferriere e la liquidazione dei frutti maturati, lo Stato preferirà abbandonarle, al fine di non compromettere i propri investimenti e sostituirle con un nuovo complesso siderurgico posto al centro del grande bosco demaniale di Stilo, che assicurava il combustibile necessario ai vari processi tecnologici della lavorazione. Furono dunque queste le più note "Ferriere di Stilo", autentico sostegno della prima industria di base meridionale per circa un secolo e mezzo. Anche se la loro produzione, sia per usi civili che militari, non riuscirà mai a soddisfare neanche la metà dell'intero fabbisogno di ferro nazionale, è pur vero che saranno le sole ad utilizzare esclusivamente minerale locale. A partire dal primo ventennio del '600 e fino al 1770 - anno di fondazione del moderno complesso produttivo di Mongiana - le ferriere di Stilo lavorarono ininterrottamente sotto il diretto controllo del Tribunale della Sommaria, alternando periodi di gestione diretta dello Stato con periodi più o meno lunghi di appalto con privati imprenditori o "partitari", che concorrevano ad un’asta pubblica e nel 1649, quando i residui beni fiscali del regno saranno ceduti "in solutum" ai numerosi creditori della corona, esse saranno le uniche ferriere a rimanere in demanio, segno evidente della rilevante importanza loro attribuita nell'economia generale del paese. Nei contratti di fitto, di solito quadriennali, l'appaltatore si obbligava a pagare allo Stato una cifra annua stabilita nel corso dell'asta nonché a fornire, ad un prezzo rigidamente stabilito nelle voci del contratto, una certa quantità di manufatti per l'esercito e la marina, consegnati direttamente nella Dogana di Napoli. A sua volta il Governo assicurava all'appaltatore la disponibilità delle miniere, i boschi del demanio, gli impianti di lavorazione ed infine l'amministrazione civile e criminale del piccolo casale di Pazzano, la cui popolazione fornì per generazioni le maestranze specializzate per l'estrazione e la lavorazione del minerale. Dal 1601 al 1624 le ferriere, incamerate al demanio, furono gestite direttamente con personale statale. Sotto la direzione del commissario Antonio Cornejo si registrò, nel 1618, una sensibile ripresa produttiva grazie allo sfruttamento intensivo degli impianti esteso a tutti i mesi dell'anno ed al preventivo approvvigionamento di minerali, carboni e viveri. Dalla media usuale di due trecento quintali del secolo precedente, la produzione passò rapidamente a 900 quintali nel 1603 ed a 1200 quintali nel 1618, con un incremento costante che consentì, alla fine, anche la lavorazione di ferramenti per la marina e ferri speciali per usi civili. Altri funzionari statali furono, nel 1621-22, Giovan Gregorio Galati e nell'anno successivo Matteo Coniglio; infine nel 1624 si accettò l'offerta di appalto esennale avanzata dallo stesso Cornejo che, alla sua morte, venne portata a conclusione dai suoi eredi. Nel 1648 le ferriere lavoravano ancora attivamente per la Regia Corte, con una spesa annua di 6.343 ducati, nei due anni successivi erano invece inattive, poichè, coinvolte nei disordini antispagnoli di quel periodo, relativi ai moti di Masaniello, erano state sabotate o distrutte dalle stesse maestranze, oltre che spogliate dalle loro attrezzature. Alla "fornace"o "cannicchio del forno" (fonderia) erano state tolte le catene di ferro che la fortificavano, la ferriera delle Mulinelle superiore era stata bruciata, le altre quattro, cioè quella delle Molinelle inferiore, d'Arcà, della Murata e dell'Arme gravemente danneggiate, spogliata infine la residenza dell'appaltatore e l'annessa piccola cappella, alla quale era stata tolta perfino la campana. L'avvocato fiscale Tommaso Sergente, incaricato dal Tribunale della Sommaria di riparare i danni ed indagare sui responsabili, rispondeva nel luglio del 1650 che avrebbe usato nella circostanza ogni cautela "sendo ben noti a questa R. Camera (che) le pendenze sono in quella città di Stilo...", con un chiaro riferimento al fantasma di Tommaso Campanella ed alla sperimentata animosità dei suoi concittadini e dei paesi limitrofi. Con l'occupazione austriaca, all'inizio del '700, aumentò l'interesse pubblico per le miniere del viceregno. Gerardo Enrico Krull, con la carica di Ispettore delle miniere di Calabria di S.M. Imperiale, riattivò le miniere di piombo argentifero di Longobucco e San Donato, ma soprattutto le miniere di ferro dell'area di Stilo furono notevolmente incrementate. Erano in funzione, in quel periodo, due sole miniere, la più antica nella zona di Campoli ed un'altra sul Colla di Bando (oggi Mammicomito), che vennero pertanto riattivate e fortificate. I concreti incentivi, allora promessi a "grottari" e "grottarielli", portarono alla scoperta di un nuovo ricco filone sullo stesso Colla di Bando, la cui miniera fu detta "Grotta nova" ed il cui evento sarà festeggiato con una iscrizione in marmo collocata "nella via che conduce alle miniere ed alle ferriere". L'attività estrattiva crebbe di conseguenza nell'anno successivo tanto che, alla fine del 1707, alcuni minatori poterono testimoniare che "dalli 14 giugno dell'anno passato... (avevano) continuamente fatigato in tutte le giornate furchè nelle feste di Precetto con altri compagni in detta Grotta Nova in annettarla, fortificarla, e cavar mena, non solo nella quantità servita nel lavoro del Regio Forno... ma superata l'annata ventura... cavato e cacciato fuora di detta grotta, risposta ed ammontanata da circa cantara due millia di buona qualità...". Nel 1752 il fallimento dell'ultimo appaltatore, Giuseppe Lamberti, che si era obbligato a fondere e fornire cannoni, senza possedere adeguate conoscenze tecnologiche in materia, coinvolse nel discredito l'industria di Stato e l'esercito. Due anni dopo pertanto il Governo Borbonico decise che le ferriere calabresi avrebbero continuato a produrre in economia alle dirette dipendenze del Ministero delle Finanze (cui subentrerà, all'inizio del sec. XIX il Corpo Reale d'Artiglieria e nel Decennio francese il Ministero di Guerra e Marina). Contemporaneamente, la prevista realizzazione della grande fabbrica d'armi  di Torre Annunziata e l'impellente necessità di produrre le migliaia di tubi in ghisa per l'acquedotto della Reggia di Caserta, secondo i disegni forniti da Luigi Vanvitelli, impose il raddoppio degli impianti calabresi, con la costruzione di un nuovo complesso produttivo ubicato vicino all'antico ed esattamente lungo gli argini del torrente Assi, da cui prenderà il nome (Ferriere di Assi). Il 1754 individua pertanto l'anno di fondazione della moderna industria di base meridionale, che raggiungerà in seguito la sua massima espressione con il grande complesso siderurgico di Mongiana (1770) e la fonderia di Ferdinandea (1798), quest'ultima completata ed attivata però solo negli ultimi decenni del regno borbonico. Dopo l'Unità, la siderurgia pubblica calabrese - ormai divenuta una delle più importanti della nostra Penisola - fu ceduta al capitale privato ed acquistata dal deputato ed ex-garibaldino Achille Fazzari (1875). Dopo vari tentativi di riattivazione delle miniere, con l'assistenza tecnica dell'ingegnere toscano Guido Dainelli, il Fazzari rinunciò verso la fine del secolo per i costi eccessivi e per l'assenza di commesse governative. Iniziava così la diaspora dell'emigrazione e la piaga del sottosviluppo. Per finire, se l'attività prevalente fu sempre la lavorazione del ferro (siderurgia), il bacino minerario dello Stilaro fu anche interessato, come abbiamo accennato all'inizio, alla fusione di piombo e argento. L'Argentera di Bivongi si conserva ancora oggi nel toponimo di una collina prospiciente la località Argalia, sulla riva opposta del fiume. E' dunque verosimile che la ferriera di Bivongi, infeudata al Fieramosca e successivamente dismessa come tale, abbia lavorato anche minerali di piombo argentifero, prima di essere definitivamente adibita a conceria. A questi minerali si aggiungerà infine, già nel 1807-1809, la scoperta nel territorio di Bivongi (località Punghi e Puddillo), di importanti giacimenti di Molibdenite, metallo bianco di difficile lavorazione, usato in metallurgia per la confezione di acciai speciali ad alta resistenza. Questo sarà sfruttato però, con numerose miniere in galleria, solo durante il periodo dell'ultimo conflitto dalla "Breda Mineraria". Lungo la strada comunale per Argalia, Bagni di Guida e la cascata del Marmarico, i ruderi degli stabilimenti Breda ospitano oggi un locale di ristoro nei pressi dell'area di sosta attrezzata per pic-nic. Dello sfruttamento recente della Molibdenite rimane oggi una importante documentazione topografica.

            Ponte Vina                    Castello

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